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Un inedito David Bowie per arpa, in studio e live

Lavorare con l’arpista Francesco Benozzo per un progetto dedicato a David Bowie ci permette di sperimentare tecniche e idee in studio e dal vivo.

Francesco Benozzo è poeta, musicista e filologo modenese, da alcuni anni candidato al Premio Nobel per la Letteratura. Ho avuto il piacere di conoscerlo e collaborare con lui già due anni fa per la realizzazione del suo disco solista “L’inverno necessario”.

Qualche mese fa sono venuto nuovamente coinvolto in prima persona nella realizzazione di un suo nuovo progetto, la realizzazione di un disco con brani di Bowie riarrangiati e reinterpretati per arpa celtica e arpa bardica che sarebbe stato allegato ad un libro sull’artista: YTIDDO – BPB / Benozzo Performs Bowie Disco allegato al libro DAVID BOWIE. L’ARBORESCENZA DELLA BELLEZZA MOLTEPLICE di Francesco Benozzo, Pordenone, Safarà editore / Universalia, 2018

David Bowie, una passione da sempre

La mia passione per  David Bowie è iniziata in adolescenza quando ho ascoltato per la prima volta il disco Outside. Mi è rimasto poi scolpito nel cervello il suo sguardo ed il suo concerto del tour “Eartling” a Brescia nel ’97, avevo 15 anni. Ero quindi onorato e nello stesso tempo un po’ spaventato dal compito di dover lavorare su rielaborazioni di materiale del Duca Bianco.

Fresco dall’aver ascoltato dal vivo Seu Jorge a Barcellona (Primavera Sound 2017), consiglio a Francesco un approccio altrettanto essenziale, diretto e spontaneo senza cercare nessuno stratagemma  a livello di sovraincisioni o postproduzione.

Il fatto di riarrangiare e reinterpretare le canzoni di Bowie per arpa celtica e arpa bardica comunque era una bella sfida sotto molti punti di vista, primo fra tutti il fatto di avere tra le mani degli strumenti diatonici che non consentono il più delle volte di seguire melodie e armonie originali.

 

L’arpa in studio tra classe e sperimentazione

Decidiamo di lavorare con un unico microfono valvolare, un pre valvolare, e qualche strumento vintage come Roland Space Echo e Dynachord Echocord miniDividiamo la sessione di registrazioni in due fasi, prima le prese della sola arpa strumentale ed in un secondo momento quello della voce. Non ci interessa troppo il fatto di poter perdere qualcosa di spontaneo nel dividere voce e strumento, piuttosto ci sentiamo più tranquilli nel poter lavorare in modo più preciso e di poter compiere dell’editing se necessario.

Utilizziamo la stessa strumentazione nel riprendere sia la voce che le arpe con lo scopo di ottenere un suono molto coeso e coerente. Questo mi ha permesso in mix di poter scegliere dove tenere questa omogeneità e dove invece lavorare parecchio di effettistica creando contrasti timbrici e spaziali tra voci, casomai molto effettate o distorte, e arpa, con un suono invece più “intimo” assolutamente privo di riverbero. Unico piccolo espediente usato per allargare un minimo il nostro mix totalmente mono è stato l’utilizzo del riverbero Eventide Tverb; lo abbiamo usato per una questione filologica. Come racconta Tony Visconti stesso, storico producer di Bowie che ha collaborato alla realizzazione di questo plugin, il sound finale della voce di Heroes come di altre produzioni è stato sapientemente ricostruito in questa emulazione. Il suono dell’effetto è ricostruito unendo l’emulazione di tre diversi riverberi stereofonici, ognuno dei quali emula la ripresa di un microfono messo a una distanza diversa dal punto di emissione sonora. La stanza nel quale sono posizionati i microfoni è la Meistersaal concert hall di Berlino, utilizzata come sala di ripresa dagli Hansa Studios.

Il progetto infine è stato anche finalizzato e masterizzato su tape 1/4inch passando per lo Studer B67.

 

E ora live!

Sono felice di poter seguire anche il liveset di questi brani, ho una mia piccolissima parte interattiva di performance, oltre ai classici microfoni utilizziamo microfoni a contatto sulle arpe, pedali da chitarra (un ElecroHarmonix memory man e un Big Muf ) e un po’ di effettistica digitale. Ecco un piccolo estratto realizzato del live:

“[…] Questo alieno neoclassico, questo cavaliere errante nei regni dell’ambiguo, col suo spudorato narcisismo, col suo agitato pudore, con le sue maschere spersonalizzanti e autorevoli, ha creato di continuo mondi che prima non c’erano. Poiché le sue enormità artistiche sono realmente accadute, ogni cosa che possiamo immaginare dopo di lui può davvero esistere. Questo è un potere donatoci dai grandi creatori di immaginario, uno dei motivi per cui l’arte di Bowie ci chiama a sé anche quando non la comprendiamo del tutto. Ci sono artisti che consolano e diventano un rifugio, altri che irrompono nelle certezze e indicano nuove direzioni. Bowie incarna l’artista a monte di queste categorie: egli è un generatore di mondi, un demiurgo eterogeneo che non cessa di trasformarsi. Ogni realtà diventa possibile dentro di noi grazie alle realtà create dalla sua arte, che, come in un viaggio iniziatico, indica soglie e si fa soglia percettiva. Dopo di lui, poiché quello che ha fatto è esistito in una realtà fruibile, possiamo anche immaginare che Dio sia esistito o esista, e pensare che parli francese o cinese; possiamo domandarci se ciò che incontriamo nei sogni sia invece la realtà; e possiamo guardare la nostra mano e avvertire che il sangue che vi scorre si muove al ritmo di Sons of the Silent Age […]”.
“[…] Effetto dell’arte di David Bowie su di me: pur avendo io lottato e lottando per le opinioni fluttuanti, pur pensando di resistere ai dogmi e agli slogan, pur avendo tentato di indicare direzioni antiautoritarie e anarchiche anche nei territori che ne sono da sempre refrattari, io intuisco e invidio le sue opinioni fluttuanti, la sua capacità di non infeudarsi ai dogmi e agli slogan, e quasi arrossisco per il disagio di rendermi conto, nel confronto a cui la sua arte mi obbliga, di avere anche io una mia verità e per sentirmene alla fine schiavo. I modi di essere della sua musica sconvolgono non soltanto le certezze ma, ancora prima, l’illusione di non avere certezze. Un’inclinazione che in alcuni instanti della sua fantasmagorica galassia artistica affiora come vera e propria autocoscienza. Con Bowie accade insistentemente proprio questo: che il molteplice viene tolto al suo stato di predicato per diventare e ridiventare un sostantivo. Bowie non è stato un artista molteplice. Egli è il molteplice artistico […].

(Da DAVID BOWIE. L’ARBORESCENZA DELLA BELLEZZA MOLTEPLICE di Francesco Benozzo)